Attenzione! Post lungo, ma digeribile. Ve lo spupazzate in tre minuti.

In altri blog, in tempi diversi, avevo scritto più volte di questo piccolo grande dramma della riduzione delle radio locali – riduzione di numero, di dimensioni, di formati, ecc – un fenomeno che ha inciso sull’FM in generale e sull’etere di Milano in particolare. Se siete in zona, fatevi un giro tra gli 87.5 e i 108, e ditemi se non ho ragione.

Stavo per riprendere tutte queste riflessioni, quando mi è venuto in mente un aneddoto, una storia di vita vissuta che, forse, vale più di 1000 disquisizioni su questioni industriali, artistiche e tecnologiche.

‘na storia de vita vissuta. L’incontro con il direttore di una radio locale/1

Ho quattro o cinque di questi aneddoti. Ogni tanto ve ne scriverò qualcuno.

Premessa doverosa. Mandare demo e provini, tampinare direttori, provare idee e proporle non è inutile. A volte va bene, a volte va male, ed è normale pensare che sia necessario tentare anche 100 volte per buttarla dentro una volta sola. Quindi, queste non sono storie di depressione e rancore, anzi: sono delle esperienze di vita e sono contento di avere fatte. Alcune sono andate bene, altre sono andate male. Quelle che sono andate bene sono andate bene, ma quelle che sono andate male sono molto più divertenti da raccontare per ridere tra amici e per provare a spiegare perchè, secondo me, il futuro della radio locale, soprattutto a Milano, sarà sempre più locale. Primo.

Secondo. I direttori e i responsabili da noi incontrati (io e un mio socio, n.d.r.) sono stati tutti più o meno gentili e disponibili. Qualcuno ha ascoltato, qualcuno ha dato consigli e qualcuno ha sentito cd. A volte non osavano loro, a volte non osavamo noi, questa è la verità. E infatti non sono loro, lo sbaglio. Lo sbaglio è quel contorno di idee che li ha portati a credere, già dalla prima metà degli anni ‘90, che le radio locali fossero delle piccole radio nazionali. Il risultato è sotto le orecchie di tutti.

Ma veniamo a noi

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Una mattina, previo appuntamento, incontriamo il direttore di questa radio regionale. Gli presentiamo un CD con una demo della nostra proposta di programma. Il programma ha un filo conduttore che lega dei contenuti. Tanti contenuti. I contenuti sono interviste, montaggi, schede, approfondimenti e robe così. E’ la nostra formazione culturale. Entrambi veniamo da una radio in cui i contenuti sono molto importanti, e non si limitano ad un intervento di 30 secondi in mezzo a 7 minuti di canzoni. Insomma, non siamo dei conduttori veri e propri, ma non siamo neanche due sgarruppati che vogliono lanciarsi le sedie in onda per far ridere il palazzo dagli studi nello scantinato, per intenderci.

Dopo le chiacchiere di rito, al mio socio viene un’idea: senta, direttore, so che la sera voi chiudete la diretta alle 21.00. Dalle 21.00 alle 24.00 mandate in onda un programma musicale. Perchè non ci fate provare in quella fascia oraria?

Chiudere la diretta alle 21.00 non è una follia, sia chiaro. Con il dominio domestico della prima serata televisiva, gli ascolti della radio dopo le 21.00 calano, e se non sei attrezzato per inseguire il pubblico degli automobilisti – che la televisione non si può accaparrare – è anche normale pensare di investire di meno nella radio di sera.


Ma noi non vogliamo i soldi, perchè ci siamo portati dietro uno sponsor disposto a pagare noi con un piccolo rimborso spese e a investire qualche soldo in pubblicità nella radio
. (*)

Quindi, ricapitoliamo: noi ti mettiamo la diretta, i soldi, i contenuti – un certo rigore nei contenuti, per una radio locale che ha interesse a proporre rigore nei contenuti – in una fascia oraria serale attualmente occupata da un programma musicale. Ah, la radio ha circa 50 mila ascoltatori al giorno, che sono un po’ pochini per una radio regionale, e sono ancora meno se si pensa alla fascia serale.

Il direttore ringrazia, ma ci dice che la sera gli va bene così.

Perchè va bene così? Perchè una sequenza di grandi successi di tutti i tempi interrotta da jingle professionali realizzati in studio dà l’idea di una radio dal respiro nazionale, e questo a prescindere dagli ascoltatori che, in fondo, chi lo sa, avremmo potuto portare noi; poi, viste le condizioni di partenza, di fatto sarebbe stato più difficile perdere ascoltatori che guadagnarli.

Malgrado tutte queste sicurezze, malgrado il rischio quasi zero, il direttore ha temuto più per la salute della forma che per i possibili vantaggi della sostanza, e questo avviene perchè, nello scimmiottare le radio nazionali – che sono nate qui a Milano – le radio locali puntano ad inseguire quel mito del contenitore fatto di musica fica e jingle fatti bene per evitare il pericolo di mandare in onda una voce che stoni non con il contenuto, ma con il contenitore.

Capirai, direte voi. Però pensate a questa situazione, immaginate di viverla, invece di farvela raccontare. Vi renderete conto che, per certi versi, è assurda: hai una scatola vuota. Non ti ascolta nessuno. Di fatto non trasmetti nulla. Ma il rischio di rovinare la scatola vuota è più sentito del rischio di riempirla e di lanciare nuovi personaggi. E di guadagnarci.

E’ ovvio che poi, ridendo davanti ad una birra, scommetti su quanto tempo potrà ancora campare quella radio, prima che la sua scatola diventi la quarta frequenza regionale della radio nazionale di turno

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E buon fine settimana.

(*) Ecco perchè ho scritto che a volte eravamo noi, che non osavamo abbastanza. A rileggerlo adesso, questo piano sembra perfetto. Piccola morale, che spero possa essere di aiuto a chi passerà di qui, e che c’entra poco con la situazione delle radio locali: provatele tutte, inventatevi le cose più improbabili, proponete l’improponibile. Magari non otterrete niente, ma vi sentirete meglio di quelli che, dopo aver provato a bussare a mezza porta, fanno gli arruffapopolo dicendo che è tutto un magna magna.

(Morris)

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