Appuntamento numero 6 con il corso di linguaggio radiofonico per pupazzi, lo strumento che vi permette di non fare scena muta alle cene aziendali della vostra radio e di scambiare due parole con il vicino di poltrona durante i convegni di settore.

Oggi analizziamo la parola superstation.

[Eh, quindi?]

Non lo so.

[Come non lo so?]

Non lo so, vi dico. Cioè, per me potrebbe benissimo essere il nome di un gruppo rock anni ’70; poi nessuno, in fondo, mi ha mai spiegato cos’è una superstation.

Ok, improvvisiamo.

Allora, per come l’ho capita io, la superstation è una radio che non è proprio locale, ma neanche nazionale, non è proprio interregionale (una regione più un po’ di altre regioni), ma non necessariamente pluriregionale (più regioni), non trasmette necessariamente in alcune città vicine fra loro, ma neanche in alcune città lontane, e via così.

Insomma, vediamo di venirne fuori: a cosa può servirvi questa lezione di linguaggio radiofonico per pupazzi?

Siete davanti al buffet del convegno L’importanza della radio nello sviluppo di comunicazioni amichevoli fra automobilisti appartenenti a diversi ceti sociali. Mentre caricate il piatto con le olive ascolane, un signore, di fianco a voi, sta intortando la ragazza del catering con la storia della sua radio. Già, quel signore ha una radio.

Da bravi impiccioni, ascoltate cosa si dicono.

Lei, riempiendo un piattino da crostini al wurstel: “Ah, così lei ha una radio”.

Lui, con la guancia gonfia e il bicchiere in mano: “Sì, trasmettiamo a Sgravate di Sopra, in Atlantide, nella Mesopotamia meridionale e lungo buona parte del fondo del Naviglio Grande. Senti, ti piacerebbe vedere gli studi? Potremmo andare lì dopo le 22.00, l’ultimo tecnico smette alle 21.30. Saremmo io, te, e quel mixer usato che ho comprat…”.

Ed è in quel momento che intervenite voi sputazzando una tartina agli spinaci insieme al più inopportuno degli interventi: “Ma allora lei ha una superstation!?”

Non temete, siamo con voi.

(Morris)

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