Dopo la prima puntata dedicata alla parola cluster e la seconda puntata incentrata sul clock, ecco il terzo appuntamento con il corso di linguaggio radiofonico per pupazzi, un’alternativa cazzara al vostro essere intelligenti.

Su, su, dai, dateci un taglio, con ‘sti commenti ai dati Audiradio, l’abbiamo capito che RTL 102.5 ha superato Deejay; occupiamoci, invece, della parola jingle.

Il jingle è un elemento strutturale della casa radio, è l’amalgama di quei mattoncini colorati che rispondono al nome di canzoni, è la decorazione che abbellisce, con i suoi cori e le sue melodie, le pareti della radiofonica dimora dell’etere.

Insomma, per produrre i jingle di una radio potete anche avere il diploma di perito edile.

Il jingle è uno stacchetto di breve durata – 5, 10, 15 secondi, toh – composto da una parte musicale, una parte parlata e/o una parte cantata. Il tutto, abilmente miscelato, serve a identificare la radio: i cori e i parlati, infatti, forniscono velocemente informazioni sul nome della radio, sul suo claim – cioè il motto che la caratterizza, come i jingle delle 5643 radio italiane che trasmettono esclusivamente musica nostrana o le 13423 radio che sono state le prime a fare qualcosa – mentre la parte musicale, di solito, è ripetuta in altri jingle, nelle sigle dei programmi e dei GR, con arrangiamenti diversi. E’ un logo musicale che identifica la stazione.

Per fare una radio bastano pochi milioni di euro, delle canzoni e qualche jingle. Risultato: si spende tanto per l’appartamento e poco per arredarlo, ecco perchè certe radio locali si accontentano del buon trasmettere senza impegnarsi troppo nel bel trasmettere. Insomma, tutto questo per dirvi che se alla fine le vostre orecchie sono costrette a beccarsi quei jingle con i coretti degli anni 70 e gli strumentali suonati con la melodica a bocca, sapete com’è il giro del fumo.

A volte, le grandi radio nazionali si fanno fare i jingle all’estero, in Inghilterra e negli Stati Uniti.

Cosaaaaaa?!?

Ebbene sì. Stai ascoltando una radio italiana? Sappi che, quella radio italiana, per avere quei jingle italiani, magari è andata all’estero. All’estero, creativi stranieri producono jingle in italiano per le radio italiane. Poi dice che uno si butta da Beppe Grillo.

Esiste un’altra scuola di pensiero di matrice postmoderna che fonda il suo credo sul concetto di less is more. In sostanza, se vuoi risparmiare sui jingle, cerca di fare di necessità virtù cimentandoti nel fatto in casa con gusto, e allora ecco che saltano fuori i jingle senza cori, a più voci, con effetto preso dalla strada, e le basi estratte da brani musicali. Sono scelte.

Il jingle non va confuso con il promo, che è un vero e proprio spot di un programma, della durata di circa 30 secondi, che va in onda all’interno di un altro programma.

Il jingle ha segnato l’epoca del conduttore immobilista che, pur di non rientrare in onda, chiedeva al tecnico di metterci il cìnco – alcuni conduttori erano così, riuscivano a farsi capire in italiano solo davanti a un microfono – per permettere di attaccare due brani musicali. Poi, finita l’era del palinsesto fai da te, il conduttore immobilista ha raccolto le sue cose ed è tornato a metterci il cìnco di persona, nelle radio di paese.

Per chiudere in bellezza, possiamo chiederci, insomma, ma poi che cos’è un jingle? Una interruzione fatta in modo molto complesso, un più preciso cambio, una produzione che valorizzar si vuole, uno strumentale rosa messo tra le parole “taglia, siamo lunghi”.

(Morris)

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