C’è una cosa di cui ho tanta nostalgia: la radio in tv. No, non quella che state pensando. Prima ancora. Quando la televisione, dopo tanto trasmettere, si interrompeva e ti rimboccava le coperte. Tanto la mattina bisognava svegliarsi presto. Quella pubblica mostrava un bel monoscopione colorato, squadrato, accompagnato al mattino da un’algida voce femminile che recitava: “segnale in fase, segnale in controfase”. Quella privata mostrava dei cartelli elettronici in movimento col nome dell’emittente televisiva. E, come audio, quello di un’emittente radiofonica. Spesso, magari, dello stesso proprietario della televisione. Prima ancora di sbadiglianti professori nettuniani e di superaccessoriate panche esaltate da ipereccitati imbonitori. C’era lì, uno schermo monocolore, l’incedere lento e severo della titolazione elettronica, con il palinsesto, il santo del giorno, le farmacie di turno, i numeri utili, trame di telenovelas. Che strideva con i supermaximegaeffettati jingles della radio privata di turno. Un lisergico binomio che percorreva tutte le ore della notte, fino ad arrivare, in un unico continuum, alla pomposa e autocelebrativa sigla di “inizio trasmissioni”. Mentre magari inzuppavi nel latte il savoiardo e cercavi di ricordare se avevi già sistemato la cartella. Altri tempi. Quando la televisione aveva ancora bisogno di riposare, dopo tutti quei varietà, telegiornali e almanacchideigiornidopi. Ridatemeli, per favore, quegli spazi di antimateria radiotelevisiva. E, se non potete rimandarli in onda, fatemene un cofanetto. Altro che quelli del dottor House.

(francesco)

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